smart working

Smart working 2021

Come sta andando lo smart working in Italia

Gran parte delle aziende lo ha sperimentato per la prima volta in questi mesi, scoprendo che la produttività è più alta, la creatività a volte meno: ma non è per tutti la stessa cosa ( Smart working 2021 )

Nei prossimi mesi nel 2021 Smart working

molti italiani lavoreranno ancora di più da casa anziché in ufficio, come hanno stabilito il decreto ministeriale del 19 ottobre e il DPCM (decreto del presidente del Consiglio dei ministri) del 24 ottobre per contenere il contagio da coronavirus:

le attività professionali sono incoraggiate e i datori di lavoro privati sono fortemente raccomandati a servirsi del cosiddetto lavoro agile, dove possibile.

Mentre nell’amministrazione pubblica il lavoro da casa riguarderà almeno il 50 per cento del personale le cui mansioni si possono svolgere in questa modalità, anche se la percentuale potrebbe aumentare in base alla situazione epidemiologica.

Prima dell’arrivo della pandemia

il cosiddetto “smart working” era poco utilizzato in Italia, valeva solo per poche categorie professionali ed era visto con più di una riserva da direttori del personale e manager,

L’arrivo del lockdown ha costretto

spesso con difficoltà, a farci i conti e potrebbe aver modificato per sempre il modo in cui lavoriamo e in cui intendiamo il lavoro.

Da dove arriva lo smart working in Italia

Il mondo del lavoro italiano è cambiato di fatto il 23 febbraio del 2020, con l’approvazione di un decreto legge che, per rispondere all’emergenza da coronavirus, rendeva automatico il ricorso allo smart working, o lavoro agile, per le aziende nelle zone a rischio che potevano svolgere attività a domicilio e a distanza.

Fino a quel momento il lavoro a distanza era molto raro: era richiesto dal singolo lavoratore all’azienda e sancito con un accordo individuale, ai sensi della Legge 81 del 2017. scopa a vapore

Dopo l’annuncio del lockdown nazionale, il 9 marzo scorso, per molte aziende divenne l’unico modo per restare aperte; in pochi mesi dipendenti, manager e datori di lavoro ne esplorarono benefici, potenzialità e difficoltà.

La situazione ora è estremamente variegata:

ci sono dipendenti felici per il tempo risparmiato negli spostamenti e altri sfiancati da un flusso di riunioni virtuali e pasti da preparare alla famiglia; grandi aziende che non hanno mai riaperto gli uffici e altre medie e piccole che hanno chiesto di ritornare in sede all’attenuarsi dei contagi.

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La prima cosa da ricordare è che in questi mesi non c’è stato un vero smart working, ma una sua versione forzata dalle circostanze.

Lo smart working vero e proprio

venne introdotto in Italia nel 2017: ed era un’evoluzione del telelavoro, il lavoro fatto a casa seguendo gli stessi orari che in ufficio e una postazione simile, spesso fornita dall’azienda.

Lo smart working invece comporta flessibilità, e prevede – in teoria –  che non ci siano precisi vincoli di orario o di luogo del lavoro: si può lavorare dove si vuole, scegliendo i propri orari e muovendosi per obiettivi.

Il contratto italiano prevede anche che siano indicati i tempi di lavoro e riposo, il diritto alla disconnessione e che sia il datore di lavoro a garantire la salute e la sicurezza del dipendente.

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